I quasi quattro secoli che separano la vendita di Prato a Firenze (1351) dalla fine della dinastia Medici (1737) sono i più contraddittori del nostro libro. Quattrocento anni di subordinazione politica convivono con il mecenatismo artistico del Quattrocento, con il trauma del Sacco del 1512, con la lenta ripresa seicentesca, e finalmente con il titolo di Città ottenuto nel 1653 dopo cinque secoli di rivendicazioni.
Una nota onesta sulle fonti: sotto Firenze, per quasi quattro secoli, Prato quasi non scrive la propria storia. La scrivono i fiorentini su di lei. Quando vogliamo sapere cosa succedeva qui per il Sacco del 1512 dobbiamo leggere Guicciardini e Machiavelli; quando vogliamo i grandi quadri economici, dobbiamo leggere Repetti dell'Ottocento. La prima storia indigena pratese è solo del 1596 — e per ironia della sorte esce stampata a Firenze, non a Prato.
1351: il giorno dopo
Il giorno dopo il 23 febbraio 1351, Prato si sveglia comunità soggetta. Il governo politico è fiorentino: arrivano un Podestà e un Capitano del Popolo nominati da Firenze; viene istituita una magistratura locale ridotta — i Cinque Conservatori — con compiti soprattutto fiscali e di ordine pubblico, non politici. La giurisdizione criminale finisce a Firenze. La fiscalità è fiorentina (Prato entra nel sistema dell'estimo della Repubblica).
Ma le istituzioni economiche locali — in particolare l'Arte della Lana pratese — conservano autonomia gestionale. La Repubblica fiorentina applica un modello di controllo "intelligente", non distruttivo. Lascia che Prato prosperi, perché una Prato prospera produce gettito fiscale.
Il simbolo materiale della nuova subordinazione è ciò che accade al Castello dell'Imperatore: dal residenza del vicario imperiale di Federico II (Capitolo 2) diventa, sotto Firenze, guarnigione militare e prigione. Il governo fiorentino lo collega alle mura cittadine tramite un corridoio fortificato — il Cassero — che si vede ancora oggi. Da simbolo dell'Impero, il castello diventa simbolo del controllo fiorentino: la struttura che doveva rappresentare l'autorità sovrana adesso rinchiude prigionieri della Repubblica vicina. È una metonimia perfetta della condizione politica di Prato.
Il Quattrocento: una ricchezza silenziosa
Il segnale che il modello "subordinazione politica + autonomia economica" funziona è il mecenatismo artistico del Quattrocento. Tra il 1434 e il 1490 la Cattedrale di Prato diventa cantiere di alcuni dei più grandi maestri del Rinascimento toscano:
- 1434: Donatello (insieme a Michelozzo) viene commissionato per il pergamo esterno del Sacro Cingolo — quel pulpito conico aggettante sull'angolo della facciata della Cattedrale che oggi è uno dei luoghi più riconoscibili della città. È un'opera unica nel suo genere, pensata per ostendere la Sacra Cintola alla folla nel piazzale.
- 1438: cancellata di bronzo della cappella del Sacro Cingolo, dentro la Cattedrale.
- 1456: Filippo Lippi inizia gli affreschi del coro della Cattedrale — il ciclo con le storie di Santo Stefano e di San Giovanni Battista. È considerato il capolavoro di Lippi e una delle opere più importanti del Quattrocento fiorentino. Lippi vivrà a Prato negli anni della lavorazione e qui — nel celebre episodio biografico — sedurrà la novizia Lucrezia Buti, che diverrà sua compagna e madre di Filippino Lippi.
- 1473: pergamo interno della Cattedrale, opera di Mino da Fiesole e Antonio Rossellino.
- circa 1490: il Tempio di Santa Maria delle Carceri, progettato da Giuliano da Sangallo, uno degli edifici a pianta centrale più puri del primo Rinascimento italiano. La sua duplice facciata in alberese bianco e serpentino verde in pattern geometrico è uno dei marchi cromatici della Prato monumentale.
In cinquant'anni passano per Prato Donatello, Lippi, Mino da Fiesole, Rossellino, Giuliano da Sangallo. I nostri mercanti commissionano arte, le confraternite finanziano cappelle, l'Arte della Lana costruisce. Il Ceppo dei Poveri Datini (Capitolo 3), nato dal testamento del 1410, gestisce un patrimonio fondiario imponente e diventa istituzione politico-assistenziale di fatto, supplendo dove il governo fiorentino non arriva.
Il Sacco di Prato — 29 agosto 1512
Il 29 agosto 1512 segna la fine traumatica di quel mondo. Il contesto politico è la Lega Santa voluta da papa Giulio II contro la Francia: Firenze, alleata della Francia tramite il regime repubblicano del Gonfaloniere a vita Pier Soderini, è il bersaglio politico. L'esercito ispano-pontificio comandato dal viceré spagnolo di Napoli Raimondo de Cardona marcia su Firenze; Prato — sentinella settentrionale della Repubblica fiorentina — è il primo ostacolo.
Le mura di Prato non sono pensate per reggere artiglieria moderna. Le cifre delle truppe spagnole, secondo stime contemporanee pratesi, parlano di circa 14.000 fanti, 1.000 soldati e 1.500 cavalieri contro una città di circa 12.000 abitanti.
Il 29 agosto 1512 la città cede. Per ventun giorni — fino alla metà di settembre — gli spagnoli saccheggiano sistematicamente. Le stime degli storici parlano di un numero variabile fra 2.000 e 6.000 morti su una popolazione di circa 12.000 — fra un quinto e la metà degli abitanti della città. È uno dei sacchi più crudi del secolo in Italia.
I cronisti contemporanei — tutti fiorentini o di parte fiorentina, nessuno pratese a quanto sappiamo:
- Francesco Guicciardini, ambasciatore e poi storico, ne scriverà nella Storia d'Italia. Uno storico moderno ha osservato che Guicciardini "trattenne a stento il proprio risentimento" per le inumanità del sacco.
- Niccolò Machiavelli, in una lettera del 16 settembre 1512 ai diplomatici della Repubblica fiorentina, riporta — basandosi sui racconti dei rifugiati — circa 4.000 morti, "stupri e sacrilegi contro donne e luoghi sacri".
- Andrea Bocchineri, testimone oculare imprigionato per mesi nel castello durante l'occupazione, è una delle rare voci pratesi dirette che ci sono arrivate.
Tra i testimoni di parte vincitrice c'è un cardinale di trentasei anni destinato a diventare papa: Giovanni de' Medici, legato pontificio presente all'assedio, futuro Leone X (eletto pochi mesi dopo, marzo 1513). Quando — anni dopo — i pratesi gli si appellano in qualità di pontefice per aiuti alla ricostruzione, lui risponde — secondo una fonte contemporanea citata da Bruzzi — con "semplici ornate parole e niente più". È un tradimento di classe che la memoria pratese non dimenticherà.
Le conseguenze: ricostruzione e fortificazioni
Il Sacco produce un trauma collettivo enorme ma anche un negoziato. I Medici, tornati a Firenze grazie proprio al sacco, devono mantenere fedele il territorio appena traumatizzato. La Repubblica fiorentina restaurata e poi il ducato concedono a Prato:
- 12 anni di esenzioni fiscali.
- 14 anni di sussidi su grano e vino.
- Totale stimato: 40.000 ducati in sussidi diretti.
La ricostruzione è prevalentemente restauro, non costruzione nuova: si rimettono in piedi case e botteghe distrutte più che si progettano interventi urbanistici nuovi. Nel 1536, dopo il consolidamento del ducato sotto Cosimo I, vengono commissionate nuove fortificazioni per Prato: la lezione del Sacco era stata chiara — le mura medievali non bastano contro l'artiglieria moderna.
Sotto i Medici, "comunità soggetta"
Quando il ducato (1532) e poi il granducato di Toscana (1569) si consolidano sotto Cosimo I, i rapporti istituzionali fra Firenze e Prato passano attraverso un organo specifico: la Pratica Segreta. È l'istituzione medicea — diversa dalle magistrature ordinarie — incaricata di:
- Concedere il consenso granducale ai documenti delle comunità soggette.
- Decidere gli appelli criminali e civili dalle giurisdizioni periferiche.
- Approvare i nuovi statuti delle comunità (gli statuti pratesi del XVI secolo passano da qui).
Il giudizio della storiografia moderna sul rapporto Prato-Medici è netto: Prato ha un ruolo passivo nelle attività di governo del granducato, non è rappresentata nelle istituzioni medicee, c'è reciproca diffidenza. Questo non si traduce mai in conflitto aperto: la cerimonia regge (i Medici sono sempre ricevuti con onori dentro le mura), gli statuti vengono approvati, le tasse pagate. Ma manca la cooperazione politica vera. Prato è "territorio amministrato", non comunità politica partecipante.
Sull'economia la storiografia ottocentesca (Bruzzi, ripreso da Cesare Guasti) è ancora più critica. La frase chiave di Guasti: "nel sacco si uccidevano i corpi: sotto Cosimo, un'aura grave, per dirlo col Botta, soffocava gli spiriti". L'argomento concreto è la legge del 1551, presentata come protettiva del lanificio provinciale ma in realtà restrittiva: limita i tipi di panno producibili fuori Firenze, monopolizzando per la capitale i tessuti di alta qualità. Le leggi successive di Ferdinando I (12 febbraio 1643) e i rinnovi del 1659 rafforzano la compressione. Nel 1570 la testimonianza interna di Suor Caterina dei Ricci, monaca-letterata fiorentina nel convento pratese di San Vincenzo, scrive al fratello mercante: "questi lanaioli sono tutti falliti".
Va detto onestamente che questa lettura è ottocentesca, di matrice anti-medicea, e va bilanciata con la storiografia recente che vede nella protezione del prodotto fiorentino non tanto una scelta anti-pratese quanto una politica generale di mercantilismo statale tipica dell'epoca, applicata a molti centri minori della Toscana medicea. La differenza interpretativa non è del tutto risolta.
I disastri naturali
Alla pressione legislativa si sommano disastri naturali devastanti:
- Peste del 1529: circa 2.000 morti, circa la metà della popolazione superstite del Sacco.
- Siccità del 1546: il Bisenzio in secca, ferme le gualchiere.
- Piena catastrofica del 1547: distrutte gualchiere e mulini.
- Piena del 1575: portato via il ponte del Mercatale.
La popolazione pratese, che nel 1512 era di ~12.000 abitanti, è ridotta nel 1660 a circa 7.000 (lettera del Vicario Gini, 26 agosto 1660). Nello stesso periodo l'intera Toscana perde, secondo le stime, due terzi della popolazione dal massimo trecentesco.
E tuttavia il lanificio sopravvive. Nel 1660 lo stesso Vicario Gini riferisce di una rinascita delle arti — lana, teleria, rame, tintorie. Paradossalmente la marginalità di Prato — il fatto che Firenze la considerasse "città rude e villana" — è la sua salvezza: la libera dall'obbligo di imitare il lusso fiorentino e la mantiene fedele all'industria, l'unica cosa che sapeva fare davvero.
1596: la prima storia indigena (uscita comunque a Firenze)
Fra il 1594 e il 1596 Giovanni Miniati, cavaliere dell'Ordine di Santo Stefano (l'ordine cavalleresco-militare fondato da Cosimo I a Pisa nel 1561), scrive la prima storia di Prato di mano pratese: Narrazione e disegno della terra di Prato di Toscana. Il libro esce a Firenze, presso lo stampatore Francesco Tosi, nel 1596. È disponibile oggi in scansione integrale su archive.org.
Due dettagli sono storiograficamente significativi. Primo: il titolo dice "Terra di Prato" — perché alla fine del Cinquecento Prato non è ancora "Città" giuridicamente, è una "Terra" del granducato (lo diventerà ufficialmente solo nel 1653). Secondo: la prima storia indigena pratese esce stampata a Firenze, non a Prato — conferma del fatto che la classe colta pratese non aveva ancora un'editoria autonoma. Per oltre due secoli sotto Firenze la storia di Prato sarà sostanzialmente scritta a Firenze.
1653: finalmente "Città"
Il 22 settembre 1653 è una delle date più importanti per l'identità ecclesiastica — e quindi civile — di Prato. Papa Innocenzo X emana una bolla che:
- Sopprime la Propositura di Prato (titolo che la pieve di Santo Stefano deteneva dall'XI secolo).
- Eleva la Collegiata di Santo Stefano a Cattedrale.
- Istituisce la Diocesi di Prato, ma la unisce in perpetuum alla Diocesi di Pistoia (con "egual dignità" — formula che maschera la subordinazione effettiva).
- Limita la nuova diocesi alle parrocchie comprese dentro le mura trecentesche.
Con questa bolla Prato ottiene anche, per la prima volta, il titolo di Città. Per quattro secoli era stata "Terra" del granducato.
È il punto d'arrivo di cinque secoli di rivendicazione. Il primo riconoscimento storico era stato la bolla di Innocenzo II del 1133, che riceveva la Propositura pratese sotto la protezione di San Pietro. Da allora la Sacra Cintola era stata usata come elemento simbolico-devozionale di autonomia, sia rispetto a Firenze (autonomia politica) sia rispetto a Pistoia (autonomia ecclesiastica). L'esito del 1653 è una vittoria a metà — titolo conquistato, autonomia reale incompiuta — ma è comunque la prima volta che Prato si chiama ufficialmente "Città".
Le famiglie del Sei-Settecento
Il Seicento-Settecento vede l'emergere di una sociabilità erudita locale, sull'esempio fiorentino. Benedetto Fioretti, prete e letterato pratese, fonda l'Accademia degli Apatisti — una delle accademie toscane minori, con rete di scambio con le grandi accademie fiorentine.
A questo movimento culturale corrisponde l'emergere di un patriziato cittadino fatto di famiglie che acquistano palazzi e tessono reti con la nobiltà fiorentina:
- Inghirami (estinta oggi), con due palazzi su via dell'Accademia.
- Roncioni — Giovanbatista console dell'Arte della Lana nel 1591; Marco, nipote, fondatore della Biblioteca Roncioniana, che ancora oggi a Prato è una delle istituzioni storiche più importanti.
- Vai — famiglia di cui l'Archivio di Stato di Prato custodisce uno dei fondi più rilevanti.
- Buonamici / Banci-Buonamici: il palazzo che oggi vediamo in via Ricasoli è il risultato di passaggi proprietà fra Buonamici, Verzoni, Salviati, e ritorno ai Buonamici nel 1787.
I palazzi di queste famiglie fra Cinque e Settecento ridisegnano la fisionomia del centro storico pratese: alle case-bottega medievali e ai conventi quattrocenteschi si aggiungono i prospetti rinascimentali e barocchi che si vedono ancora oggi camminando per via dell'Accademia, via Ricasoli, via Garibaldi.
1737: la fine dei Medici, l'arrivo dei Lorena
Il 9 luglio 1737 muore Gian Gastone de' Medici, ultimo granduca della dinastia che aveva governato la Toscana per quasi quattro secoli. Il granducato diventa pedina nei trattati europei: dopo la guerra di successione polacca, viene assegnato a Francesco Stefano di Lorena (sposo di Maria Teresa d'Asburgo, futuro imperatore).
Il 20 gennaio 1739, Francesco Stefano e Maria Teresa fanno ingresso ufficiale a Firenze. Restano pochi mesi e poi tornano a Vienna, nominando un Consiglio di Reggenza (1737-1765) guidato prima dal Principe di Craon, poi da Emanuele Richecourt. Sotto la Reggenza inizia immediatamente un'opera riformista che anticipa le grandi riforme leopoldine.
Per Prato, il 1737 segna la fine di un'epoca: dopo 386 anni di subordinazione fiorentina-medicea, la città entra in un sistema diverso — illuministico, amministrativo, riformatore — che la riguarda dal 1737 al 1860 e che è oggetto del Capitolo 5. Sarà sotto i Lorena, e in particolare sotto Pietro Leopoldo, che il lanificio pratese conoscerà la sua prima rinascita strutturale dopo due secoli di compressione.
Continua con il Capitolo 5 — Lorena e Risorgimento, la prima industria, dedicato al secolo riformatore che invertirà la tendenza e preparerà la nascita del distretto.
