Per oltre due secoli — dal 1140 circa al 1351 — Prato è stata una repubblica libera. Aveva i suoi consoli, le sue mura, le sue otto porte, la sua Arte della Lana. Decideva da sé.
Sono i secoli in cui i nostri antenati hanno costruito le mura che ancora oggi cingono il centro storico, hanno tracciato le vie che ancora oggi attraversiamo (Cimatori, Tintori, Lanaioli — i mestieri scritti nei nomi), hanno fondato quella tradizione tessile che — fra mille fortune e mille disgrazie — ci sta ancora addosso oggi. Sono anche i secoli in cui Prato ha imparato la prima grande lezione amara della sua storia: la libertà non basta tenerla, va difesa. E quando una città si divide al proprio interno, qualcun altro arriverà a comprarla.
Quel "qualcun altro", nel febbraio 1351, fu Firenze. Diciassettemila e cinquecento fiorini d'oro, in tre tranche. Una cifra ridicola anche per i tempi. Ma per arrivare a quel febbraio del 1351 la città aveva alle spalle duecento anni di vita repubblicana — e merita di essere raccontata.
Quando Prato è diventata Comune
Il primo segno della libertà arriva fra il 1140 e il 1144. Sono gli anni in cui nei documenti compaiono per la prima volta i Consoli pratesi — i magistrati eletti per un anno, che giurano sul breve (il programma politico-istituzionale) e rispondono di fronte alla collettività della città.
Il modello è quello dei Comuni italiani del momento: una cittadinanza fatta di mercanti, artigiani e piccoli proprietari che sta strappando il governo della propria terra alle vecchie famiglie feudali. I Conti Alberti — la famiglia di origine carolingia che fino allora aveva tenuto Prato per investitura imperiale — non vengono cacciati con la violenza. Vengono semplicemente aggirati: la città cresce di importanza economica, costruisce le sue istituzioni accanto a loro, e nel giro di pochi decenni il loro potere è svuotato dall'interno. Lo storico Romolo Caggese, a inizio Novecento, fissava convenzionalmente al 1150 la data in cui Prato è ormai libera de facto.
Una sola data, prima ancora, va ricordata: il 1107. In quell'anno la Contessa Matilde di Canossa, su mandato del Vescovo di Pistoia, assedia Prato per tre mesi. Il pretesto è la lotta fra le diocesi — Prato apparteneva alla diocesi pistoiese e cercava da tempo autonomia — ma sotto c'è il timore vescovile per l'ascesa economica di una città che sta sfuggendo al controllo. Prato resiste, poi cede dopo la distruzione del contado. È il primo trauma militare documentato della nostra storia, l'archetipo di tutti quelli che verranno: 1351, 1512, 1944.
Le mura della libertà
Quando un comune medievale è ricco abbastanza da darsi delle istituzioni, la prima cosa che fa con i soldi è murarsi. Fra il 1175 e il 1196 Prato costruisce la sua prima vera cinta muraria: circa quattro chilometri e mezzo di mura in alberese, la pietra calcarea grigia tipica del nostro territorio, con torri, baluardi e porte fortificate.
Le porte storiche — sei o otto secondo le diverse cronache — danno il nome ai rioni della città. Ancora oggi tre sono visibili: Porta a Santa Trinita, Porta Mercatale e Porta Pistoiese. Le altre sono state abbattute nell'Ottocento, per fare spazio alla ferrovia Firenze-Pistoia e all'espansione urbana — la prima Porta al Serraglio cadde proprio per il treno. Ma la geometria che quelle mura disegnano sopravvive: camminando ancora oggi da Piazza Mercatale a Piazza del Comune si seguono i tracciati medievali. Quel centro storico così riconoscibile lo dobbiamo alle pietre messe una sopra l'altra fra il 1175 e il 1196.
Centocinquant'anni dopo, attorno al 1300, la città si era ingrandita troppo per quella prima cerchia: si comincia la seconda cinta lungo tutto il perimetro di Piazza Mercatale, sempre in alberese, completata cinquant'anni dopo — quando ormai Prato era già passata sotto Firenze.
Le Arti e il governo del popolo
Il Duecento è il secolo in cui le istituzioni si fanno serie. Nel 1200 arriva la Podesteria (il Podestà — sempre forestiero, per garanzia di imparzialità). Nel 1240 il Capitanato del Popolo, magistratura nuova che rappresenta le corporazioni dei mestieri contro le vecchie famiglie magnatizie. Nel 1292 Prato si dà i propri statuti popolari anti-magnatizi — un anno prima dei più famosi Ordinamenti di Giustizia di Firenze (gennaio 1293). Non è originalità pratese in senso stretto: è un'onda che parte da Bologna nel 1282 e attraversa tutta l'Italia comunale in quegli anni. Ma Prato è dentro l'onda, non in coda.
Il 3 dicembre 1293 vengono costituite ufficialmente quindici Arti del popolo: Notai e Giudici, Lanaioli, Cambiatori, Speziali, Fabbri, Calzolai, Beccai, Pizzicagnoli, Vinai, Sarti, Fornai, Panattieri, Barbieri, Legnaioli — e altre. Quindici è il numero medio per un comune toscano dell'epoca (Firenze ne ha ventuno, Padova trentasei, Venezia centoquarantadue).
Il rango più alto, com'è prevedibile per Prato, ce l'ha l'Arte della Lana. Già nel 1297 elegge quattro consoli — il massimo fra le Arti pratesi — ai quali il Comune affida funzioni di governo del settore. Fra il 1315 e il 1320 l'Arte si dà il suo primo statuto scritto, che regola produzione, qualità del panno, salari, controversie. Lo statuto è arrivato fino a noi, edito nel 1947 dagli storici Renato Piattoli e Ruggero Nuti, e oggi conservato dalla Fondazione Datini. Per chi ama leggere i documenti originali, è la cosa più vicina che abbiamo a un'istantanea di come funzionava davvero il lavoro dei nostri lanaioli sette secoli fa.
L'Arte della Lana finanzia anche, fra le altre cose, la costruzione del voltone della Cattedrale di Santo Stefano sotto i lavori iniziati da Giovanni Pisano nel 1317, e mette il proprio stemma araldico sulle chiese di San Domenico e San Niccolò. Non è solo una corporazione: è una vera istituzione politica e culturale, dentro lo stato senza essere lo stato.
Castello, Cintola, città
Due monumenti raccontano l'apice del Comune libero — e li abbiamo ancora oggi davanti agli occhi.
Il Castello dell'Imperatore, costruito fra il 1237 e il 1248 per volere di Federico II di Svevia dall'architetto siciliano Riccardo da Lentini, è l'unico edificio svevo dell'Italia centro-settentrionale. Per più di un secolo è il simbolo politico più alto di Prato — la città ghibellina che si schiera con l'Impero contro Roma — e residenza del vicario imperiale in Toscana. Il fatto che oggi, camminando per Piazza delle Carceri, ci ritroviamo davanti un castello federiciano in piena Toscana medicea, è un piccolo miracolo storico: è il segno che Prato, in quei due secoli, contava nella geopolitica europea.
La Sacra Cintola è il simbolo religioso-civico complementare. Reliquia della Vergine custodita nella Pieve di Santo Stefano (oggi Cattedrale), viene esposta dal pulpito esterno appositamente progettato da Donatello e Michelozzo nel 1434. La sua festa annuale, l'8 settembre, organizza il calendario di Prato — ancora oggi. Per i pratesi del Medioevo la Cintola non era solo devozione: era il loro passaporto di autonomia ecclesiastica, lo strumento simbolico con cui rivendicavano un rapporto diretto con la Vergine, e quindi con Roma, scavalcando il vescovo di Pistoia da cui dipendevano formalmente. Quella rivendicazione non si concluderà fino al 1653 — quando Prato otterrà finalmente il titolo di "Città" e una propria Diocesi (vedi il capitolo successivo).
La città piena
Quanto era grande Prato in quei secoli? Nel 1318 un documento parla di 3.000 case nella Terra di Prato. Le stime — Bruzzi un secolo fa, gli storici recenti — la collocano fra i 15.000 e i 20.000 abitanti. Per la Toscana del Trecento è una taglia media-grande: più di Pistoia (~11.000), meno di Lucca (~30.000), molto meno di Siena (~50.000) e Firenze (~100.000). Ma più grande di quella Pistoia da cui dipendeva ecclesiasticamente. Una "Terra" — perché formalmente non era ancora "Città" — che superava per popolazione la propria città madre diocesana.
L'infiltrazione fiorentina
Mentre però la città si dava istituzioni e mura, c'era un altro processo silenzioso in corso: la dipendenza economica da Firenze. Trattati commerciali del 1256, del 1287, del 1290: Firenze garantisce libero passaggio alle merci pratesi attraverso il proprio territorio, protegge gli interessi mercantili pratesi nei porti, ma in cambio assorbe progressivamente la produzione laniera di alta qualità nei propri opifici della Calimala (l'arte fiorentina della rifinitura del panno).
È una geografia commerciale in cui Prato dipende da Firenze per le rotte fluviali (l'Arno), per le materie prime di alto valore (le lane fini importate dall'estero), per i canali di distribuzione internazionali. Bruzzi un secolo fa l'ha chiamata, con una formula efficace, "una politica di infiltrazione graduale, essenzialmente pacifica e soprattutto mercantile". Non c'erano eserciti fiorentini alle mura — non ancora. C'erano accordi commerciali, lettere di credito, parentele di interesse. Il dominio si stava costruendo prima della conquista.
Sotto la Corona di Napoli — la dedizione del 1326
Negli anni Venti del Trecento il quadro si fa pesante. Da est arrivano le minacce dei Tarlati di Pietramala, la dinastia ghibellina aretina che dal 1321 al 1327 esercita un'egemonia militare e politica sul nord della Toscana centrale. Da sud Firenze preme. Dentro le mura le famiglie ricche pratesi si dividono in fazioni.
Per chiudere insieme le faide interne e mettersi sotto una protezione lontana ma riconosciuta, nel 1326 Prato compie un atto politico drammatico: si sottomette spontaneamente alla Signoria di Roberto d'Angiò, re di Napoli. È una dedizione formale: la città resta autonoma nell'amministrazione quotidiana, ma riconosce nell'angioino il proprio signore. Il pretesto angioino tiene a bada sia Firenze sia Arezzo.
La parentesi angioina dura venticinque anni. Durante questo tempo Prato continua a battere moneta, redigere statuti, governarsi. L'angioino è un protettore lontano, presente attraverso vicari. Ma è anche un'autorità che non ha eserciti a Prato: alla prima vera prova di forza, salta. Nel 1339 falliscono in Inghilterra le compagnie fiorentine Bardi e Peruzzi: Edoardo III non onora i prestiti, e bruciano un milione e trecentomila fiorini d'oro — "il valore di un reame", scriverà il cronista fiorentino Giovanni Villani. Firenze entra in una crisi finanziaria che la spinge a cercare nuove entrate. E Prato — soggetta all'angioino ma legata economicamente a Firenze — diventa il bersaglio.
Nel 1348 poi arriva la peste nera, qui come ovunque in Europa. Per Firenze le stime parlano del 60-70% di decessi; per Prato i dati specifici sono frammentari ma il colpo è proporzionale. La città si trova dimezzata.
23 febbraio 1351
Nel 1350 truppe fiorentine occupano la fortezza pratese. Il negoziatore della vendita è un mercante-banchiere fiorentino-napoletano famoso, Niccolò Acciaioli, Gran Siniscalco della corte di Napoli. Tratta con la Regina Giovanna I d'Angiò, che dalla morte di Re Roberto detiene i diritti formali su Prato.
Il 23 febbraio 1351 Prato è venduta a Firenze per 17.500 fiorini d'oro, pagati in tre tranche: 5.500 subito, 5.000 a settembre dello stesso anno, 7.000 sette anni dopo. È una cifra modesta: si pensi che lo stesso Acciaioli percepiva 10.000 fiorini l'anno di stipendio come vicario regio. Firenze comprò Prato a prezzo basso non perché Prato valesse poco — ma perché era essa stessa in difficoltà finanziaria, e perché Prato non aveva più chi la difendesse.
Bruzzi un secolo fa chiudeva il suo capitolo sul Comune libero con una frase consolatoria: "col perdere la libertà, Prato compiè la sua alta e splendida missione politica". È retorica del primo Novecento, che oggi non regge. La verità è più dura: la perdita della libertà nel 1351 è una sconfitta politica precisa. Una città che esce dalla peste dimezzata, divisa al proprio interno, abbandonata dal protettore lontano, legata economicamente a chi la sta per comprare. Non è "missione compiuta", è capitolazione.
I duecento anni del Comune libero finiscono lì. Ma non sono perduti. Le mura sono ancora in piedi. La Cattedrale sta crescendo. L'Arte della Lana continuerà — sotto Firenze, sotto i Medici, sotto Napoleone, sotto i Lorena, sotto il Regno d'Italia, sotto la Repubblica — a tessere panni per quasi sette secoli ancora. La nostra città di oggi è figlia di quei duecento anni più di quanto a volte ci ricordiamo.
E la lezione — la prima e quella che torna ogni epoca — resta: una città divisa al proprio interno è una città che qualcun altro arriverà a comprare. Vale ancora.
Continua con il Capitolo 3 — Francesco Datini, il mercante di Prato, dedicato al cinquantennio in cui un solo orfano della peste del 1348 ridisegna l'economia europea da una "Terra" appena venduta a Firenze.
