Cap. 3 · Trecento · 1335-1410

Francesco Datini, il mercante di Prato

Cinquant'anni della vita di Francesco di Marco Datini, l'orfano di peste che è diventato uno dei più grandi banchieri d'Europa — e che alla morte ha lasciato tutto al Ceppo dei Poveri e all'Ospedale di Santa Maria Nuova.

Palazzo Datini a Prato
Palazzo Datini (1383) — oggi sede dell'Archivio di Stato di Prato e della Fondazione Datini

Pochi mesi dopo la vendita di Prato a Firenze (Capitolo 2), in una città dimezzata dalla peste, da una famiglia perduta nasce il pratese più famoso di tutti i tempi. Francesco di Marco Datini è nato attorno al 1335. Quando aveva tredici anni, nel 1348, la peste nera gli ha portato via padre, madre e fratello. Lui è sopravvissuto. Lo hanno preso in casa una famiglia di vicini, lo hanno cresciuto, gli hanno insegnato a leggere e a fare i conti.

Settant'anni dopo, alla sua morte, lascerà al Ceppo dei Poveri di Prato e all'Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze un patrimonio di oltre 100.000 fiorini d'oro — una cifra che oggi paragoneremmo a quella delle grandi fondazioni filantropiche. E lascerà qualcosa di ancora più importante: 150.000 documenti del suo archivio mercantile, nascosti dentro le pareti del suo palazzo e ritrovati nell'Ottocento, quasi intatti.

Quei centocinquantamila documenti — lettere commerciali, contratti, libri contabili, persino la corrispondenza intima con la moglie Margherita — sono la fonte più ricca al mondo per capire come funzionava davvero un'impresa mercantile del Trecento. Per questo motivo, e grazie al libro che la storica anglo-irlandese Iris Origo ne trasse nel 1957 (The Merchant of Prato), Datini è oggi conosciuto in tutte le università del mondo. Avignone, Barcellona, Maiorca, Valencia, Ibiza, Genova, Pisa, Firenze, Bruges, Londra: ovunque c'era commercio internazionale del tardo Medioevo, c'era qualcuno che scriveva o riceveva una lettera da Francesco Datini.

Avignone: dove si fa fortuna a quindici anni

Nel 1350 — quindici anni di età, due anni dopo la peste — Francesco lascia Prato e parte per Avignone. La città francese è in quel momento la capitale della cristianità: dal 1309 al 1377 i papi non sono a Roma, sono in Provenza. Avignone è cosmopolita, ricchissima, piena di prelati, di mercanti, di banchieri.

Per un ragazzino pratese senza famiglia è il posto giusto. Comincia come garzone. Impara la lingua, i mestieri, le rotte commerciali. Si fa una rete di contatti. Studia il funzionamento delle banche papali. Quando ha vent'anni anni mette su una piccola società di compravendita di armi e armature, che vende ai principi del Sud della Francia. Va bene. Negli anni successivi diversifica: panni, lana, spezie, gioielli. Apre filiali. Assume soci e fattori.

Quando torna a Prato — siamo nel 1383, ha quasi cinquant'anni — è uno dei mercanti più ricchi della Toscana. Ha passato trentatré anni ad Avignone. Non è più un pratese di provincia: è un cittadino del Mediterraneo medievale.

Il sistema-Datini

A Prato Francesco si costruisce due cose. Una casa-impresa, il Palazzo Datini (oggi visibile in via Ser Lapo Mazzei, proprio nel cuore del centro storico). E un sistema di compagnie internazionali coordinate da lì.

Le filiali Datini del periodo maturo sono otto: oltre alla casa madre a Prato, ci sono Firenze, Pisa, Genova, Avignone, Barcellona, Maiorca, Valencia, Ibiza. Ogni filiale ha soci locali, partner di rischio, capitali separati ma collegati. Tutte rispondono al centro: a Francesco, che le coordina via lettera con un sistema di posta organizzato che è una delle più grandi reti informative private del Trecento.

I prodotti che Datini commercia sono quelli che fanno l'economia mediterranea del tempo:

  • panni di lana (compresi quelli pratesi e fiorentini)
  • spezie dall'Oriente
  • coloranti per le stoffe
  • gioielli
  • schiavi
  • olio
  • grano
  • vino
  • armi

L'aspetto più interessante non è la singola merce, ma la modernità del sistema bancario. Datini è uno dei primi mercanti a utilizzare sistematicamente la lettera di cambio, lo strumento finanziario che permette di trasferire denaro da una piazza all'altra senza trasportare fisicamente oro o argento. Una lettera firmata a Firenze poteva essere "incassata" a Barcellona settimane dopo. Tutta la sua banca funziona così. Per i suoi tempi è una rivoluzione: significa che il rischio dei viaggi (pirati, naufragi, predoni) non grava più sulle monete fisiche.

Le donne nella casa Datini

Francesco si sposa nel 1376 ad Avignone con Margherita Bandini, di vent'anni più giovane. È un matrimonio voluto, fatto fare dagli amici di Francesco perché lui — quarantenne in carriera — sembra non decidersi.

La corrispondenza fra Francesco e Margherita Datini è oggi una delle fonti più toccanti per capire la vita privata di una famiglia mercantile del Trecento. Iris Origo le dedica un intero capitolo nel suo libro. Margherita è acuta, scrive a volte con sarcasmo, gestisce la casa di Prato quando Francesco è in viaggio, e per lunghi anni soffre — ed è un dolore privato che non risparmia alle lettere — la mancanza di figli.

Il matrimonio Datini non genera eredi diretti. Francesco riconoscerà una figlia naturale, Ginevra, avuta da una schiava saracena di nome Lucia. Margherita la accoglierà come propria, la farà sposare con un mercante, la doterà. Resta però vero che nel 1410, quando Francesco scrive il proprio testamento, non ha eredi legittimi a cui lasciare il suo patrimonio.

Il testamento del 1410

Il 27 giugno 1410, sentendo avvicinarsi la fine, Francesco fa il proprio testamento. Le decisioni sono nette:

  • Metà del patrimonio va al Ceppo dei Poveri di Cristo di Prato — la fondazione caritativa pratese fondata nel 1272 dalla famiglia Pugliesi, che con il lascito Datini sarà rifondata di fatto come "Ceppo Nuovo" di Francesco di Marco.
  • L'altra metà va all'Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze, il più importante ospedale fiorentino.

A Margherita lascia una rendita per la vita, alla figlia Ginevra una dote. Ai parenti collaterali quasi niente. La sostanza patrimoniale va alla città, non agli individui.

Pochi mesi dopo, Francesco Datini muore a Prato il 16 agosto 1410, settantacinque anni di età. Viene sepolto nella chiesa di San Francesco.

Il suo lascito al Ceppo è valutato in oltre 100.000 fiorini d'oro. Per Prato, una città di circa diecimila abitanti del primo Quattrocento, è una iniezione di capitali equivalente a un'intera dotazione municipale. Per tutto il Quattrocento e il Cinquecento il Ceppo Datini sarà di fatto una delle istituzioni più ricche della città, gestirà un patrimonio fondiario immenso, finanzierà cappelle, ospedali, restauri di chiese, doti per ragazze povere, prestiti agli artigiani.

L'archivio dentro le mura

Alla morte di Datini, qualcuno — non sappiamo chi esattamente, ma probabilmente i fattori del Ceppo — decide di nascondere l'intero archivio mercantile dentro le pareti del Palazzo Datini. Forse per proteggerlo da furti, forse per ordine testamentario, forse per pragmatismo. Le carte vengono murate, e di lì restano dimenticate per quattro secoli e mezzo.

Nell'Ottocento, durante lavori di restauro del palazzo, vengono ritrovate. Quasi intatte. 150.000 documenti — lettere, contratti, registri contabili, ricevute, corrispondenza privata. È il più grande archivio mercantile privato del Medioevo arrivato fino a noi.

Da quel ritrovamento nasce la Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica F. Datini, che oggi continua a custodire e studiare l'archivio nello stesso palazzo. Studiosi da tutto il mondo vengono a Prato — proprio nel centro storico, dietro a Piazza del Duomo — per leggere le carte. È una delle ragioni per cui il nome di Datini è ancora oggi noto in università straniere che di Prato altrimenti non saprebbero niente.

Iris Origo e il libro che ha fatto Datini al mondo

Nel 1957 la storica anglo-irlandese Iris Origo — che viveva nella villa La Foce in val d'Orcia — pubblica a Londra The Merchant of Prato. Francesco di Marco Datini. Il libro è un'opera di sintesi e di racconto: prende l'archivio enorme che gli studiosi tecnici avevano frequentato per quasi un secolo, e ne tira fuori una biografia umana e storica al tempo stesso.

È il libro che ha fatto di Datini un nome conosciuto in tutto il mondo accademico anglosassone. Tradotto poi in italiano da Bompiani e Corbaccio, è ancora oggi — quasi settant'anni dopo — il riferimento principale per chi vuole avvicinarsi alla vita di Datini senza essere uno specialista. Si trova facilmente sia in libreria sia nelle biblioteche pubbliche pratesi.

Cosa resta

Il Palazzo Datini è ancora lì, dietro Piazza del Duomo. Restaurato, aperto al pubblico, sede della Fondazione e dell'Archivio di Stato. Il Ceppo dei Poveri di Cristo — l'istituzione che Francesco aveva ricapitalizzato — esiste ancora, nella forma giuridica della Casa Pia dei Ceppi, e continua attività di beneficenza dopo seicentosedici anni. La chiesa di San Francesco, dove riposa Datini, è ancora là.

Quando passiamo davanti al Palazzo Datini, o davanti al Ceppo, o davanti alla chiesa di San Francesco, è bene ricordare: tutto questo lo ha pensato un ragazzino di Prato che aveva tredici anni quando la peste si è portata via la sua famiglia. Ha imparato a vivere in mezzo agli altri, ha imparato il mestiere all'estero, ha messo su un'impresa, ha guadagnato tantissimo — e ha deciso che alla fine il denaro doveva tornare alla città, non agli individui.

È una lezione che dura. Quando oggi una persona pratese che ha avuto fortuna sceglie di reinvestire qualcosa nel territorio — una donazione, un'azienda mantenuta in città, un sostegno a chi ha bisogno — sta camminando, senza forse saperlo, su una traccia tracciata da un orfano del 1348.


Continua con il Capitolo 4 — Sotto Firenze, dal Sacco del 1512 alla fine dei Medici, dedicato ai quasi quattro secoli in cui Prato vivrà come comunità soggetta alla Repubblica e poi al Granducato.

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