Cap. 5 · 1737-1860 · 1737-1860

Lorena e Risorgimento — la prima industria

Dalla morte di Gian Gastone alle riforme leopoldine. Giovan Battista Mazzoni inventa la tessitura meccanica negli anni venti dell'Ottocento, e attorno al 1850 nasce la carbonizzazione — il processo che farà di Prato la capitale mondiale del riciclo tessile.

Palazzo Pretorio a Prato
Palazzo Pretorio in Piazza del Comune — sede storica del Comune di Prato, oggi Museo Civico

Quando nel 1737 muore Gian Gastone e arrivano i Lorena (Capitolo 4), Prato è una città ridotta. Settemila abitanti circa, contro i dodicimila pre-Sacco. Un lanificio sopravvissuto a fatica ai due secoli di leggi medicee protezionistiche. Una città subordinata politicamente, sotto-popolata, economicamente compressa.

Centoventitré anni dopo, nel 1860 — quando l'unità d'Italia bussa alla porta — Prato è un'altra cosa. È una città che ha rifondato la propria identità industriale, ha inventato un nuovo modo di fare la lana, ha costruito le prime grandi fabbriche moderne. Il Conte Baggio, Giovan Battista Mazzoni e una manciata di imprenditori illuminati hanno fatto in centocinquant'anni quello che i Medici per due secoli avevano provato a impedire.

Questo capitolo racconta come.

Le riforme leopoldine

Il primo elemento del rilancio non viene da Prato. Viene da Firenze, ma dai Lorena. I tre Granduchi del Settecento — Francesco Stefano (in carica formalmente dal 1737, ma di fatto rappresentato da un Consiglio di Reggenza fino al 1765), Pietro Leopoldo (granduca dal 1765 al 1790), e Ferdinando III — portano in Toscana l'illuminismo amministrativo: razionalizzazione del fisco, prime aperture al libero mercato dei grani, intervento sul sistema delle corporazioni medievali, prime riforme della giustizia.

L'opera più famosa di Pietro Leopoldo è la Riforma Leopoldina del 1786 — il nuovo codice penale del Granducato che abolisce per la prima volta nella storia mondiale la pena di morte. La Toscana è il primo stato sovrano al mondo a farlo. È un atto morale che ancora oggi rivendichiamo (il 30 novembre, anniversario della Leopoldina, è la Festa della Toscana). Per Prato è uno dei segnali che il quadro politico in cui vive è cambiato profondamente.

Per il lanificio pratese, però, l'effetto più importante delle riforme leopoldine è un altro: l'abolizione progressiva delle restrizioni medicee ai panni producibili fuori Firenze. Le leggi di Cosimo I del 1551, di Ferdinando I del 1643, i rinnovi del 1659 (Capitolo 4) — tutto il sistema di compressione protezionistica viene smontato. Per la prima volta da due secoli Prato può fare il panno che vuole, e venderlo a chi vuole.

L'effetto non è immediato, perché due secoli di compressione hanno fatto i loro danni demografici e culturali. Ma il vincolo è caduto. Quando arriveranno gli imprenditori del primo Ottocento, troveranno una terra liberata.

Napoleone e la breve parentesi francese (1799-1814)

Fra il 1799 e il 1814 la Toscana attraversa la fase napoleonica: prima Regno d'Etruria sotto i Borbone-Parma (1801-1807), poi annessione diretta all'Impero francese (1808-1814). Sono quindici anni di trasformazioni amministrative profonde — l'introduzione del Codice Napoleone, la riorganizzazione dei dipartimenti, l'abolizione di feudalità ed enti ecclesiastici, la confisca dei beni di numerose istituzioni religiose.

Per Prato, l'effetto principale è la secolarizzazione di buona parte del patrimonio fondiario ecclesiastico: monasteri, conventi, opere pie. Le terre passano sul mercato libero. Famiglie pratesi di nuova ricchezza (mercanti, lanaioli) approfittano dell'occasione per consolidare patrimoni. È un trasferimento di capitali dalla mano morta ecclesiastica alla borghesia produttiva — esattamente la base materiale di cui avrà bisogno il decollo industriale del decennio successivo.

Con la Restaurazione del 1814 torna Ferdinando III di Lorena, ma molte delle riforme napoleoniche restano. La Toscana che esce dal Congresso di Vienna è un Granducato relativamente liberale, con un sovrano illuminato e una classe borghese in rapida crescita.

Giovan Battista Mazzoni e la tessitura meccanica

Il primo grande nome dell'industria pratese moderna è Giovan Battista Mazzoni. Già intorno al 1820-1824 Mazzoni introduce a Prato la tessitura meccanica: l'uso sistematico del telaio meccanico al posto del telaio a mano. La sua officina di Sant'Anna è una delle prime fabbriche tessili meccanizzate della Toscana.

L'innovazione non è solo tecnica. È culturale: significa che a Prato esiste finalmente un imprenditore disposto a investire in macchinari, a organizzare il lavoro su modello fabbrica, a competere su scala più grande del singolo opificio artigianale. È il primo capitano d'industria pratese in senso moderno.

Mazzoni è ricordato come pioniere anche perché, oltre alla tessitura, si occupa di formazione tecnica: contribuisce alla nascita di scuole di mestiere che formano una nuova generazione di lavoratori specializzati. Senza quella generazione, il decollo del distretto seconda metà Ottocento (vedi Capitolo 6) non sarebbe stato possibile.

L'invenzione che farà la storia: la lana rigenerata

L'altro pilastro della modernità pratese è una innovazione di processo: il riciclo della lana proveniente da stracci usati. Attorno al 1850 a Prato si introduce sistematicamente la carbonizzazione — un trattamento chimico che permette di separare le fibre di lana dalle fibre vegetali (cotone, lino) nei tessuti misti, e quindi di riciclare anche stracci che fino ad allora non erano lavorabili.

L'introduzione del processo è attribuita dalle fonti a un imprenditore di origine napoletana — la storiografia ottocentesca pratese parlerà di un "Conte Baggio" come figura centrale, anche se le ricerche più recenti lasciano alcuni dettagli biografici aperti. Il punto è la rivoluzione produttiva:

  • Gli stracci di lana arrivano da tutta Europa (Inghilterra, Germania, Francia, Spagna), dagli Stati Uniti, dal Medio Oriente.
  • Vengono selezionati per colore e qualità nei capannoni pratesi.
  • La carbonizzazione rimuove le fibre vegetali.
  • La sfilacciatura meccanica riduce gli stracci a fibra utilizzabile.
  • La fibra viene rifilata, cardata, filata, tessuta come lana nuova.
  • Il prodotto finito — tessuto di lana rigenerata — viene esportato in tutto il mondo a prezzi competitivi.

Il modello economico è geniale: costa pochissimo come materia prima (gli stracci sono quasi rifiuto), costa lavoro (e la manodopera pratese, dopo secoli di compressione, è abbondante e poco pagata), produce un tessuto utilizzabile che veste — letteralmente — "gli operai del mondo": uniformi, vestiti da lavoro, tessuti per popolazione di massa.

A Prato nasce una categoria professionale a sé: i cenciaioli — gli operatori che raccolgono, classificano e trattano gli stracci. Per oltre un secolo e mezzo (fino agli anni Ottanta del Novecento) sarà una delle figure professionali identitarie della città.

Il 1859: l'annessione al Regno di Sardegna

Mentre il distretto si rifonda economicamente, l'Italia si fa. Nella primavera del 1859 scoppia la Seconda Guerra di Indipendenza: Cavour, alleato con Napoleone III, cerca di liberare l'Italia centro-settentrionale dagli austriaci.

In Toscana l'effetto è immediato. Il 27 aprile 1859, alla notizia che gli austriaci si preparavano a entrare a Firenze in difesa del Granduca, la popolazione fiorentina insorge pacificamente, il Granduca Leopoldo II di Lorena fugge e si forma un governo provvisorio. Prato segue Firenze nella scelta.

L'11 e 12 marzo 1860 un plebiscito popolare in Toscana approva l'annessione al Regno di Sardegna — futura Italia unita. I voti favorevoli sono massicci. Prato, come tutta la Toscana, passa al Regno di Sardegna e poi, nel 17 marzo 1861, entra a far parte del Regno d'Italia.

Per la storia di Prato è uno spartiacque. Da settimo o ottavo centro del Granducato di Toscana — periferia di una periferia, diciamolo — Prato diventa una città di un Regno d'Italia, dentro una nazione di 22 milioni di abitanti con un mercato interno enorme da raggiungere e una rete ferroviaria in costruzione. È il quadro istituzionale che permetterà al distretto industriale (vedi Capitolo 6) di esplodere nei decenni successivi.

La ferrovia, l'ultimo tassello

Il sigillo materiale del passaggio all'età industriale è la ferrovia. La linea Firenze-Pistoia, che attraversa Prato, viene aperta nel 1848. È una delle prime ferrovie italiane. La stazione di Prato diventa nodo di scambio. Per portare a Prato gli stracci di mezzo mondo e per portare via i tessuti finiti verso i porti di Livorno, Genova, Marsiglia, era esattamente quello che serviva.

Con la ferrovia in funzione, l'invenzione della lana rigenerata in mano, l'unità d'Italia raggiunta — Prato è pronta per i quarant'anni più intensi della propria storia produttiva.

Cosa hanno fatto i nostri bisnonni

I quattro generazioni che hanno attraversato il periodo Lorena-Risorgimento non sono raccontate dai libri di scuola — sono diventate il fondo silenzioso da cui si misura tutto quello che è venuto dopo. Eppure hanno fatto qualcosa di straordinario.

Hanno preso una città dimezzata dalla peste, compressa dai Medici, ridotta a settemila abitanti. L'hanno liberata approfittando di riforme illuministiche venute dall'alto, ma anche delle finestre napoleoniche che hanno secolarizzato i patrimoni. Hanno investito in macchine e in fabbriche moderne. Hanno inventato un processo industriale — la lana rigenerata — che nessun altro centro mondiale ha saputo fare alla stessa scala, e che sarà ancora la specialità pratese centosettantanni dopo (vedi Capitolo 10).

Hanno fatto tutto questo senza l'aiuto dello Stato, senza grandi capitali bancari, lavorando dieci o dodici ore al giorno, dormendo accanto ai telai, mandando i figli a scuola con l'idea che la generazione dopo avrebbe vissuto meglio. È una storia minore rispetto al Sacco del 1512 o al Datini, ma è la storia che ci ha consegnato la Prato moderna.

Quando passiamo davanti a un opificio ottocentesco — il Lanificio Calamai, la Cimatoria Campolmi, il Fabbricone — è bene ricordarsi che quelle pietre sono lì grazie a generazioni di pratesi che hanno deciso, in un'epoca in cui sarebbe stato facile arrendersi, di rimettersi a costruire dal niente.


Continua con il Capitolo 6 — Il distretto post-unitario, l'esplosione industriale, dedicato ai quarant'anni in cui Prato diventa la "Manchester d'Italia" del settore laniero.

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