Cap. 6 · post-unitario · 1860-1900

Il distretto post-unitario — la Manchester d'Italia

Quarant'anni che hanno disegnato Prato moderna. La ferrovia, i grandi lanifici (Calamai, Bellandi, Magnolfi, Pecci, il Fabbricone), gli scioperi operai, la prima cooperazione, l'invenzione del distretto industriale italiano.

Lanificio Calamai a Prato
Il Lanificio Calamai — uno dei grandi opifici tessili pratesi dell'Ottocento

Quarant'anni. Dal 1860 al 1900, da città di provincia toscana a uno dei massimi centri tessili d'Europa. È la trasformazione più rapida della nostra storia, prima dei boom Becattini di un secolo dopo. È il momento in cui Prato si guadagna il soprannome di "Manchester d'Italia": la città-fabbrica del settore laniero, paragonabile per scala e densità industriale alle grandi città manifatturiere inglesi della rivoluzione industriale.

I quarant'anni post-unitari sono il culmine materiale del lanificio storico. Non c'è il "distretto becattiniano" come modello teorico — quello arriverà negli anni '70 del Novecento (Capitolo 8). C'è qualcosa di più antico e di più diretto: centinaia di opifici, decine di migliaia di operai, ciminiere, telai, vagoni di stracci che arrivano e di tessuti che partono. Una città che fa la propria fortuna nello stesso modo da settant'anni di Mazzoni in poi (vedi Capitolo 5), ma con scala dieci volte maggiore.

Le condizioni del decollo

Quando l'Italia si unifica nel 1861, Prato eredita quattro condizioni favorevoli che si erano accumulate nei decenni precedenti:

  1. Un sapere tecnico storico: l'Arte della Lana funzionava ininterrottamente da quasi sette secoli. Sapere come trattare la lana, come tingerla, come tesserla — non era da costruire da zero.
  2. L'innovazione della lana rigenerata dei decenni 1840-1850 (Capitolo 5): un processo unico al mondo che dava un vantaggio competitivo enorme.
  3. La ferrovia Firenze-Pistoia aperta nel 1848: la stazione di Prato era nodo di scambio, e ora con l'unità d'Italia si collegava a tutta la penisola.
  4. Un mercato interno italiano da raggiungere: 22 milioni di abitanti, in larga parte ancora vestiti con tessuti grezzi locali. Un'opportunità enorme.

A queste condizioni si aggiungono le opportunità nuove del Risorgimento europeo: la guerra di secessione americana (1861-1865) blocca il cotone, e i tessuti misti di lana rigenerata pratese diventano una valida alternativa nei mercati che cercano alternative. Le guerre francesi e prussiane degli anni Sessanta richiedono uniformi militari in quantità — e Prato sa farle.

I grandi lanifici

Il volto materiale del distretto post-unitario è quello dei grandi opifici. Edifici a più piani, in mattoni a vista, con file di alte finestre ad arco, ciminiere svettanti, mura di cinta. Sono fabbriche in senso pieno, non più semplici botteghe artigiane. I nomi che hanno fatto la storia produttiva pratese del periodo:

  • Lanificio Calamai — fondato da Assuero Calamai, uno dei più antichi e ramificati. Diversi stabilimenti in città, attivo nella tessitura di alta qualità.
  • Lanificio Bellandi — specializzato nella filatura.
  • Lanificio Magnolfi (Ettore Magnolfi) — uno dei nomi storici della tessitura.
  • Lanificio Pecci — fondato da Enrico Pecci, padre dell'imprenditore che molti decenni dopo donerà al Comune la collezione che diventerà il Centro Pecci (Capitolo 10).
  • Il "Fabbricone" — costruito dal 1887-1889 dalla società austro-tedesca Koessler, Mayer e Klinger, è il più grande complesso del distretto: 23.000 metri quadri, 900 operai all'apertura, oltre 1.200 nel 1927, fino a 1.500 nel 1939. La cinta muraria che lo circondava lo faceva sembrare "una città dentro la città" — da cui il soprannome affettuoso. Dopo i decenni industriali, dagli anni Settanta è diventato un grande teatro sperimentale sotto la regia di Luca Ronconi: tante volte succede che gli spazi della rivoluzione industriale del distretto si trasformino in spazi della rivoluzione culturale del distretto.

Sono opifici che si vedono ancora oggi. Alcuni sono stati restaurati e ospitano funzioni nuove (la Cimatoria Campolmi è oggi il Museo del Tessuto, vedi Capitolo 8). Altri sono in degrado, in attesa di destinazione. Altri ancora sono stati abbattuti per fare spazio a quartieri residenziali. Ma la geografia del Prato Ottocento industriale resta scritta nel tessuto urbano della Prato di oggi.

La piccola industria che fa il distretto

Accanto ai grandi opifici, l'altra metà del distretto è fatta dai piccoli imprenditori. Lanaioli che lavorano due-tre operai, tintorie familiari, gualchierai che continuano un mestiere medievale, sarti, finitori. È questa costellazione di piccole imprese specializzate per fase produttiva a fare del distretto pratese qualcosa di unico — e che cento anni dopo Giacomo Becattini riconoscerà come la categoria interpretativa principale di tutto il "modello pratese" (Capitolo 8).

Quando un grande lanificio riceve una commessa, scompone il lavoro: la cardatura va a uno, la filatura a un altro, la tessitura a un terzo, la tintura a un quarto, la finitura a un quinto. Sono tutte piccole imprese diverse, ognuna con i suoi due-tre operai. La rete funziona perché c'è prossimità fisica: le imprese sono concentrate in pochi chilometri quadrati, gli imprenditori si conoscono per nome, le commesse si scambiano per fiducia personale.

È un modello che a fine Ottocento Prato non chiamava ancora "distretto industriale": lo chiamava semplicemente "il modo in cui si lavora a Prato". Sopravvivrà, sotto forme diverse, fino ai nostri giorni.

L'industria che esporta

I numeri del periodo, ricostruiti da Enrico Bruzzi nel suo L'arte della lana in Prato (1920) — quasi cronaca contemporanea degli eventi descritti — danno la dimensione della crescita.

Nel 1875 a Prato si contano circa 800 telai. Nel 1907 sono diventati 6.000. Una crescita di sette volte e mezzo in trent'anni. Gli operai del solo settore laniero passano da poche migliaia a fine anni '60 a circa 20.000-25.000 nel primo Novecento (su una popolazione cittadina di circa 50.000 abitanti — significa che circa metà degli abitanti adulti lavora nel tessile, in modo diretto o indiretto).

Gli stracci che alimentano la rigenerazione arrivano da tutta Europa. Bruzzi documenta importazioni regolari da Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Olanda, e meno regolarmente da Stati Uniti, Russia, Medio Oriente. I tessuti finiti vanno verso mercato italiano (massa principale), Balcani, Levante, Sud America, Stati Uniti. È un'economia globale prima che la parola "globalizzazione" esistesse.

Le tensioni operaie

Una città che in trent'anni passa da agricola-artigianale a industriale non lo fa senza conflitti. Gli ultimi decenni dell'Ottocento e i primi del Novecento sono anni di forte tensione operaia a Prato:

  • Le giornate di lavoro sono di dodici ore o più, sei giorni alla settimana.
  • I salari sono bassi, e i bambini lavorano in fabbrica accanto agli adulti (fino alla legge italiana sul lavoro minorile del 1886, e per molti anni dopo nella pratica).
  • Le condizioni di sicurezza negli opifici sono pessime — incidenti gravi sono frequenti.
  • La cosiddetta "malattia dei cenciaioli" — pneumoconiosi da inalazione delle polveri di lana — colpisce intere generazioni di operai della selezione stracci.

A queste condizioni reagiscono le prime forme di mutualismo operaio — Società di Mutuo Soccorso che assicurano malattia e morte ai lavoratori — e le prime leghe sindacali di matrice socialista che attraversano l'Italia di fine Ottocento. A Prato il movimento operaio si organizza in modo significativo già nei decenni 1880-1900.

Tra il 1907 e il 1908 Prato vive una crisi industriale severa. Bruzzi annota: "fine dell'abbondanza di lavoro; magazzini grossisti si riempiono oltre capacità". Il 18 luglio 1908 scoppia un'insurrezione operaia con chiusure di stabilimenti e scontri di piazza. È il prologo della stagione di tensioni sociali che attraverseranno il Novecento pratese (Capitolo 7) — un distretto operaio sensibile a ogni oscillazione della congiuntura globale.

Cosa è stato il "post-unitario"

I quarant'anni dal 1860 al 1900 hanno trasformato Prato come nessun altro periodo di pari durata della sua storia. Una città che nel 1860 era ancora prevalentemente artigianale, nel 1900 era una città industriale a tutti gli effetti — paragonabile per densità di telai e numero di operai a molte città inglesi della rivoluzione industriale.

Hanno reso Prato:

  • Una città di immigrazione interna: contadini del contado toscano (Mugello, Valdelsa, Casentino) che venivano a cercare lavoro nelle fabbriche.
  • Una città cosmopolita: imprenditori austro-tedeschi (il Fabbricone), francesi, inglesi venivano a investire o a fare commercio.
  • Una città di scuole: il Tullio Buzzi — l'Istituto Tecnico Industriale che ancora oggi forma generazioni di tecnici tessili — nasce nel 1886 proprio per rispondere alla domanda di manodopera qualificata del distretto.
  • Una città di sindacati e mutue: l'organizzazione operaia pratese, da cui usciranno molti dei dirigenti del movimento socialista e poi della Resistenza, prende forma in questi decenni.

Senza il decollo post-unitario, niente di quello che è venuto dopo — il distretto becattiniano del Novecento, il boom degli anni '70, l'integrazione cinese degli anni 2000, l'economia circolare di oggi — sarebbe stato possibile. È il periodo che ha cucito insieme l'identità produttiva di Prato come la conosciamo.

E vale la pena ricordare: tutto questo si è costruito senza piani governativi nazionali, senza grandi banche italiane che credessero nel settore, senza incentivi pubblici sistematici. Si è costruito con i capitali di alcune famiglie pratesi (i Calamai, i Bellandi, i Magnolfi, i Pecci), con la fiducia personale fra imprenditori vicini di strada, con la fatica di decine di migliaia di operai. È stato un fenomeno di iniziativa cittadina prima che di politica nazionale.


Continua con il Capitolo 7 — Il Novecento, fra guerre, fascismo e Resistenza, dedicato ai quarantacinque anni che porteranno Prato dalla crisi del 1907 alla Liberazione del 1944.

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