Cap. 7 · 1900-1945 · 1900-1945

Il Novecento — guerre, fascismo, Resistenza

Le crisi 1907-1908, la Grande Guerra, il fascismo e l'autarchia, e la Resistenza pratese — la battaglia di Valibona del 3 gennaio 1944, l'eccidio di Figline del 6 settembre 1944, le deportazioni a Mauthausen ed Ebensee dopo lo sciopero del marzo 1944.

Museo della Deportazione e Resistenza a Figline di Prato
Il Museo della Deportazione e Resistenza a Figline di Prato — inaugurato il 10 aprile 2002 sul luogo dell'eccidio dei 29 partigiani del 6 settembre 1944

Quarantacinque anni durissimi. Dalla crisi industriale del 1907-1908 alla liberazione del 6 settembre 1944, il Novecento pratese passa attraverso due guerre mondiali, vent'anni di dittatura fascista, sciopero e deportazione, una guerra civile combattuta sulle colline di casa, l'eccidio di ventinove ragazzi nel giorno stesso della liberazione.

Sono gli anni in cui i nostri nonni e bisnonni hanno pagato il prezzo materiale e morale più alto della storia recente della città. È il capitolo in cui il dovere di chi scrive — e di chi legge — non è raccontare con piacere ma raccontare con cura. Per non dimenticare.

La crisi del 1907-1908

Il secolo si apre male. Tra il 1907 e il 1908 Prato vive una crisi industriale severa, parte di una recessione internazionale che colpisce i settori tessili in tutta Europa. Bruzzi, scrivendo dodici anni dopo come testimone diretto, annota: "fine dell'abbondanza di lavoro; magazzini grossisti si riempiono oltre capacità". Le imprese chiudono o riducono drasticamente il personale.

Il 18 luglio 1908 scoppia un'insurrezione operaia con chiusure di stabilimenti e scontri di piazza. È il prologo della stagione di tensioni sociali che attraverseranno il Novecento pratese — un distretto operaio sensibile a ogni oscillazione della congiuntura globale.

La Grande Guerra: le commesse militari

Le commesse militari della Grande Guerra (1915-1918) trattengono temporaneamente il distretto, ma a costo di una distorsione delle filiere normali. Per quattro anni Prato produce panno per uniformi dell'esercito italiano in quantità enormi. È una boccata d'ossigeno produttiva, ma una boccata avvelenata: si lavora per la guerra, e quando la guerra finirà l'industria si ritroverà sovradimensionata rispetto ai mercati civili.

Nel 1920, quando Bruzzi pubblica il suo libro, Prato conta 112 fabbricanti, circa 7.500 operai, circa 50.000 fusi, 70 stabilimenti privati. È un quadro di tenuta, ma non di crescita robusta. Il dopoguerra produce la conversione difficile, gli scioperi del "biennio rosso", e poi — dal 1922 — l'arrivo del fascismo.

Vent'anni di fascismo e autarchia

Negli anni Venti e Trenta il regime fascista impone a Prato, come a tutta Italia, l'inquadramento corporativo: le organizzazioni operaie indipendenti vengono sciolte o assorbite, i sindacati liberi soppressi, le Camere del Lavoro chiuse. È un cambio di regime che ha effetti profondi sulla cultura sindacale di una città che fino allora aveva avuto un movimento operaio organizzato e attivo.

Sul piano produttivo, la politica "autarchica" del regime — il tentativo di sostituire i tessili importati con prodotti nazionali — finisce paradossalmente per valorizzare la lana rigenerata pratese: in un'Italia che non poteva (o non voleva) importare lana fina australiana o argentina, il riciclo degli stracci è esattamente quello che serviva. Per un decennio scarso il distretto registra una ripresa, almeno in volume.

Il volume di Giorgio MoriIl tempo dell'Industria (1815-1943), terzo dei quattro volumi della Storia di Prato curata da Mondadori — è il riferimento accademico canonico per questo periodo. Traccia la transizione dal piccolo lanificio ottocentesco al sistema industriale corporativizzato del fascismo, con attenzione alle dinamiche di classe (sindacalismo pratese pre-fascista, fascistizzazione della Camera di Commercio, ruolo degli industriali "consenzienti").

La Resistenza pratese — Valibona, Iavello, Buricchi

Tra il settembre 1943 e il settembre 1944 Prato vive uno dei capitoli più intensi della Resistenza toscana. La geografia è specifica: le bande partigiane operano sui monti che cingono la città a nord — il Monte Calvana, il Monte Iavello (Monteferrato), la Val di Bisenzio — distanti pochi chilometri dal centro abitato. Per chi sale oggi a Galceti o ai Faggi di Iavello passeggiando, sta letteralmente attraversando un campo di battaglia della guerra di liberazione.

La battaglia di Valibona — 3 gennaio 1944

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1944, 17 partigiani comandati da Lanciotto Ballerini sono rifugiati in un casolare a Valibona, sul Monte Calvana. La formazione è composita: oltre agli italiani ci sono due soldati russi (uno dei due — Mirko — sarà quello che, svegliatosi prima dell'alba per un bisogno, avvertirà i compagni dell'arrivo dei fascisti) e ex-prigionieri di guerra di altre nazionalità.

La mattina del 3 gennaio 1944 un grosso reparto fascista — guidato fino al casolare da un guardiacaccia di Vaiano — attacca di sorpresa. Si combatte per ore. Lanciotto Ballerini cerca di rompere l'accerchiamento nel tentativo di prendere una mitragliatrice nemica, e cade ucciso. Cadono altri due partigiani. Tre restano feriti, tre dispersi.

È il primo grande scontro armato della Resistenza in questa zona. Ballerini diventa figura fondativa della memoria partigiana pratese e fiorentina: la sezione ANPI di Campi Bisenzio porta ancora oggi il suo nome. Pochi giorni dopo, sopravvissuti e nuovi partigiani si riorganizzano sul Monte Iavello nella formazione "Orlando Storai" (febbraio 1944), e poi nella Brigata Buricchi.

Lo sciopero del marzo 1944 e le deportazioni

Il marzo 1944 vede lo sciopero generale proclamato dal Comitato di Liberazione Nazionale nelle industrie del Nord-Centro Italia. È la più grande mobilitazione operaia dell'Europa occupata dai nazisti. Anche Prato partecipa, e in massa: gli operai del distretto incrociano le braccia per giorni.

La rappresaglia tedesca è feroce. Oltre 100 pratesi vengono deportati, prevalentemente al campo di concentramento di Mauthausen (Alta Austria) e al suo sottocampo di Ebensee. Le condizioni di lavoro forzato in quei campi erano fra le più dure dell'universo concentrazionario nazista — molti dei deportati erano addetti all'estrazione di pietra nelle cave dello stesso campo. Pochissimi torneranno dopo la guerra.

Tra i sopravvissuti, due nomi che entreranno nella storia istituzionale della memoria pratese: Roberto Castellani e Dorval Vannini. Saranno loro a fondare, decenni dopo, il Museo della Deportazione e Resistenza di Prato.

L'eccidio di Figline di Prato — 6 settembre 1944

Il giorno stesso della Liberazione di Prato — il 6 settembre 1944 — accade l'eccidio simbolo della Resistenza pratese. Ventinove giovani partigiani della Brigata Buricchi, scesi dai Faggi di Iavello per partecipare alla liberazione della città, vengono catturati nei pressi di Pacciana e impiccati per ordine del comandante della 334ª Divisione di fanteria della Wehrmacht in ritirata.

Vengono ricordati come i "29 Martiri di Figline". Erano ragazzi giovanissimi — molti meno di trent'anni — di Prato, della Val di Bisenzio, di paesi vicini. L'episodio è oggi commemorato annualmente il 6 settembre dal Comune di Prato e dall'ANPI presso il Cippo di Pacciana, sul luogo dell'eccidio.

Esiste anche un Eccidio del Castello dell'Imperatore (da approfondire) che riguarda altre vittime della repressione nazifascista nella città stessa.

Il "Sacco di Prato del 1944"

Il 7 settembre 1944 — giorno successivo all'eccidio di Figline — Prato è liberata dalle truppe alleate. Ma le settimane precedenti hanno comportato: bombardamenti alleati, violenze durante la ritirata tedesca, distruzioni materiali. Per le generazioni pratesi che lo hanno vissuto, il 1944 è stato il "Sacco di Prato del Novecento" — traumatico secondo solo al Sacco del 1512 (Capitolo 4).

I dati precisi su bombardamenti alleati e vittime civili sono ancora oggetto di ricerca storica. Quello che è certo è che alla liberazione la città era materialmente segnata, economicamente piegata, e profondamente ferita.

La memoria istituzionalizzata

Il Museo della Deportazione e Resistenza di Prato — fondato dai sopravvissuti Castellani e Vannini — è inaugurato il 10 aprile 2002 alla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Si trova proprio a Figline, sul luogo dell'eccidio dei 29 partigiani del 6 settembre 1944. È stato scelto consapevolmente: un "luogo di memoria autentico", non un edificio neutro nel centro città.

Il museo conserva la memoria materiale di quegli anni: oggetti riportati dai sopravvissuti dai campi di Mauthausen ed Ebensee, documenti, testimonianze. È oggi una delle istituzioni-pilastro della Rete Musei di Prato, e uno dei principali centri di documentazione sulla deportazione politica italiana.

Ogni anno, attorno al 27 gennaio (Giorno della Memoria) e al 6 settembre (anniversario di Figline), scuole pratesi visitano il museo, partecipano alle cerimonie, ascoltano le testimonianze dei pochi sopravvissuti rimasti — oggi ormai per via dei famigliari, dei figli, dei nipoti. È un patrimonio civico che la città ha scelto di mantenere vivo nonostante il passare delle generazioni.

Cosa è stato il Novecento pratese

Quarantacinque anni dal 1900 al 1945. Una crisi industriale gravissima a inizio secolo. Una guerra mondiale che ha portato sussidi temporanei e poi recessione. Un ventennio di dittatura che ha smantellato il movimento operaio storico, e che paradossalmente ha rilanciato il riciclo della lana attraverso l'autarchia. Una seconda guerra mondiale combattuta sul nostro territorio. Una Resistenza che ha pagato un prezzo umano enorme — Valibona, Figline, Mauthausen.

Sono gli anni che hanno fatto la maturità civile della Prato moderna. Quando dopo la guerra il distretto si rimetterà in piedi (vedi Capitolo 8), lo farà sulla memoria di quello che era costato perdere la libertà. Le generazioni dei nostri nonni — quelli che a guerra finita si rimboccarono le maniche per ricostruire — sapevano per esperienza diretta cosa significava la dittatura, cosa significava la deportazione, cosa significava perdere i compagni.

Quella memoria — sopravvissuta attraverso i racconti, le commemorazioni, i musei, la scuola — è una delle ragioni per cui Prato è una città che, dal dopoguerra in poi, ha avuto un'identità civile robusta. Non è una memoria scontata. Va custodita.


Continua con il Capitolo 8 — Il boom tessile e il modello Becattini, dedicato ai quasi cinquant'anni del miracolo industriale pratese del dopoguerra.

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